A cura di: Redazione
Fonte: Sportweek
Intervistato dal settimanale "Sportweek" della Gazzetta dello Sport, l'ex capitano del Napoli Lorenzo Insigne ha parlato del suo passato in azzurro. Ti consideri un leader, e lo eri a Napoli? “Sono un punto di riferimento, è inevitabile. Alzo la voce
solo nel momento in cui vedo cose che non mi piacciono, tipo un approccio un
po’ molle alla partita. Ma ho trovato un gruppo unito e voglioso di rimettere
le cose a posto. Ora sappiamo di poter dare fastidio a tutti. Ai miei inizi nel
Napoli stavo ad ascoltare gli altri, anche perché ero molto giovane. Imitavo
gesti e comportamenti dei più grandi e parlavo poco. Crescendo mi sono preso i
miei spazi, la fascia di capitano ha fatto il resto. Ma quello spogliatoio
aveva tanti campioni dalla forte personalità, il mio compito era più facile
rispetto a oggi”. Sinceramente: ti aspettavi una chiamata dalla Serie A? Da
Napoli è mai arrivata una telefonata? “Se è per questo, qualche telefonata è arrivata pure
dall’estero, ma i miei interlocutori erano preoccupati del fatto che da giugno
a gennaio io mi fossi allenato da solo. Ho sempre detto che, col mio fisico, mi
sarebbero bastati 15-20 giorni per tornare in forma, ma loro volevano un
giocatore già pronto. A Napoli sarei tornato a piedi. Mi hanno contattato un
paio di settimane prima di firmare per il Pescara, non ci dormivo la notte. Pur
di vestire di nuovo quella maglia mi ero proposto al minimo dello stipendio,
1.500 euro al mese. ‘Se poi dimostro di star bene, rinnovo. Sennò smetto, ma
con la squadra del mio cuore’, pensavo. Non ci sono rimasto male perché le
scelte altrui vanno rispettate. E poi, dopo Napoli nel mio cuore c’è
Pescara”. Sei andato via quattro anni fa e il Napoli è diventato
due volte campione d’Italia. Quante volte ti sei mangiato i gomiti? “Non mi sono mangiato niente. Io sono un tifoso del Napoli e
mi fa solo piacere che abbia conquistato due scudetti. A me resta il rammarico
di non aver vinto nell’anno dei 91 punti, ma in fondo con il Napoli ho
trionfato ogni giorno: da napoletano, giocare in quello stadio, con quella
maglia e con la fascia da capitano è una vittoria”. Quanto ti ha pesato la pressione dei tifosi,
dell’ambiente, il non essere considerato, alla lunga, un vincente? “Ha pesato tanto. Andavo in campo con una responsabilità
difficile da sopportare. Da giovane ho fatto qualche cavolata, ho litigato coi
tifosi. Oggi me ne pento e dico che non lo farei più, perché ho capito che le
critiche, anche le più dure, erano fatte per spronarmi. Sai il problema qual è?
Che la gente non mi ha capito abbastanza, un po’ anche per colpa mia. Sono uno
simpatico, mi piace scherzare. All’inizio però resto sulle mie, diffidente,
tengo le distanze perché non puoi mai sapere se, chi ti avvicina, lo fa con
qualche secondo fine. E così sono passato per presuntuoso. Ma io tengo troppo
alla maglia del Napoli, e la cosa che mi fa rabbia è che non sono riuscito a
dare tutto quello che avrei voluto. Non sono riuscito a farmi capire. Quando a
gennaio il club mi ha chiamato, avevo le lacrime agli occhi. ‘Che fai,
piangi?’, dice mia moglie. ‘Sì’, rispondo. ‘Piango perché io amo il
Napoli’”. Che cosa vorresti dire oggi ai tifosi? “Che con il Napoli non è stato calcio. È stato amore. E
l’amore non si pesa”. Rifaresti la scelta di andar via? Ed è stata una scelta
più tua o del club? “Dopo 12 anni non avevo più energie fisiche e mentali.
Separarsi è stata una cosa voluta da entrambe le parti, senza colpe da
attribuire a una o all’altra. È stata una scelta che andava presa. Certo non mi
aspettavo di finire in Canada”.
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