A cura di: Redazione
Fonte: Napolicalcionews.it
C'è un momento, nella vita di ogni uomo, in cui l'identità
smette di essere una certezza e diventa una domanda. Luigi Pirandello lo
racconta nel Fu Mattia Pascal, romanzo di un uomo che, credendosi finalmente
libero dalla propria esistenza, scopre di non poter più appartenere a nessuna. Il Napoli, oggi, somiglia terribilmente a Mattia Pascal. Non perché sia morto, naturalmente, ma perché sembra
attraversare quella particolare condizione in cui ciò che si è stati non
coincide più con ciò che si è, e ciò che si vorrebbe diventare non ha ancora
trovato una forma. Il Napoli dello scudetto aveva un'identità precisa. Era una
squadra che sapeva chi fosse, cosa volesse e come ottenerlo. Aveva trasformato
il desiderio in convinzione, la convinzione in gioco, il gioco in una forma di
dominio. Non aveva bisogno di chiedersi continuamente chi fosse: lo dimostrava
ogni domenica. Poi è arrivato il tempo delle trasformazioni e, come Mattia
Pascal, il Napoli ha provato a ricominciare. Ha cambiato pelle, uomini, prospettive. Ha cercato una nuova
identità, convinto che bastasse lasciarsi alle spalle il passato per liberarsi
delle sue contraddizioni, ma Pirandello ci insegna che l'identità non è un
vestito che si possa cambiare a piacimento. È una costruzione fragile, continuamente
esposta allo sguardo degli altri, e soprattutto incapace di sopravvivere quando
si perde il legame con ciò che siamo stati. Il Napoli si trova oggi in questa terra di mezzo. Non è più esattamente la squadra che aveva conquistato la
vetta, ma non è quella che vorrebbe diventare,
in questo spazio sospeso si consuma la sua inquietudine e quella dei
tifosi. La sconfitta contro la Juventus non è soltanto un risultato,
è uno specchio e gli specchi, in Pirandello, non restituiscono mai un'immagine
definitiva, ci mostrano ciò che siamo, ma anche ciò che gli altri vedono in
noi. Il Napoli si guarda e scopre che l'immagine della grande squadra, quella
costruita attraverso il successo, non basta più a garantirgli la grandezza. Il
problema non è aver perso, il problema è non riconoscersi più nel modo in cui
si perde. C'è qualcosa di profondamente pirandelliano nella condizione
di una squadra che deve continuamente dimostrare di essere ancora quella che è
stata. Il passato diventa una maschera. Lo scudetto, da conquista, rischia di
trasformarsi in una prigione. La memoria della vittoria non alimenta più il
presente: lo giudica. Il Napoli sembra vivere una contraddizione: vuole essere
libero dal peso del passato (non siamo fatti per vincere sempre), ma non può
rinunciare all'identità che proprio quel passato gli ha consegnato. È il paradosso di Mattia Pascal. L'uomo che fugge dalla propria vita per inventarne un'altra
scopre che non si può ricominciare davvero senza sapere chi si è. Una squadra
che cambia tutto, se non ritrova un principio capace di tenere insieme le
proprie trasformazioni, rischia di diventare una somma di individualità senza
una storia comune. In questo romanzo, Massimiliano Allegri è l'uomo chiamato a
dare un nuovo volto al protagonista. Il suo arrivo avrebbe dovuto
dare al Napoli una solidità che sembrava smarrita. Allegri è un
allenatore che ha costruito la propria carriera sulla capacità di leggere le
partite, sulla gestione degli uomini, sulla convinzione che il risultato non
sia necessariamente figlio della bellezza, ma dell'equilibrio. Dopo dieci partite, quattro sconfitte, la domanda non può
più essere soltanto se il Napoli abbia bisogno di maggiore equilibrio. La domanda è se questo equilibrio stia davvero producendo
una squadra. Il calcio di Allegri, quando funziona, è una forma di pragmatismo:
sa adattarsi, sa aspettare, sa colpire, ma quando non funziona, rischia di
trasformare l'attesa in passività, la prudenza in rinuncia, la gestione in un
esercizio sterile. Il Napoli si
muove pericolosamente lungo questa
linea. Non basta essere una squadra organizzata, non basta saper
leggere l'avversario, non basta affidarsi alla gestione per convincersi che il
risultato, prima o poi, arriverà. Una squadra deve avere un'identità riconoscibile. Deve sapere
cosa fare quando il piano iniziale fallisce, quando l'avversario impone il
proprio ritmo, quando il risultato costringe a cambiare atteggiamento. Allegri è chiamato a rispondere a queste domande, ma non può
farlo da solo, perché il problema dell'identità, come ci ricorda Pirandello,
non riguarda soltanto il singolo: riguarda anche lo sguardo di chi gli sta
intorno. Il Napoli non è soltanto ciò che Allegri vuole costruire è
anche ciò che la società ha scelto di essere, ciò che i calciatori sono
disposti a interpretare e ciò che la città continua a pretendere. Qui si
nasconde la contraddizione più profonda. Il Napoli vuole tornare a vincere, ma non ha ancora chiarito
quale strada intenda percorrere per farlo. Vuole essere una squadra ambiziosa,
ma sembra talvolta intimorita dalle proprie ambizioni. Vuole conservare la
memoria della grandezza, ma non riesce a trasformarla in una certezza presente. La città, intanto, osserva. Napoli non ha mai considerato il
calcio una semplice questione di classifiche. La squadra è una parte della sua
identità collettiva, una forma di riscatto, una narrazione nella quale la città
cerca spesso il riflesso di se stessa, per questo le vittorie diventano
appartenenza e le sconfitte assumono il peso di una delusione che supera il campo,
ma anche il tifoso, come il lettore di Pirandello, deve imparare a distinguere
la persona dalla maschera. Non basta chiamare grande una squadra perché grande
lo è stata. Non basta evocare il passato per rendere migliore il presente. La grandezza non è un certificato da esibire, ma è una
condizione da riconquistare. Il Napoli non deve tornare a essere la squadra dello
scudetto, deve diventare una squadra capace di riconoscere ciò che di quella
stagione è ancora vivo e ciò che, invece, appartiene ormai alla memoria. Mattia Pascal, alla fine, torna nel luogo da cui era
fuggito, ma non può più riprendere la vita che aveva lasciato. È diventato un
uomo senza un'identità definitiva, costretto a osservare il mondo da una
posizione marginale. Il Napoli non è ancora arrivato a questo epilogo. Ha ancora
il tempo per scrivere un'altra storia, ma la domanda, a questo punto, non può
più essere rivolta soltanto all'allenatore o ai calciatori. Deve salire più in
alto, fino a chi quella storia ha il potere di scriverla davvero. Caro presidente, alla luce di ciò che è stato il Napoli, di
ciò che ha rappresentato e di ciò che continua a rappresentare per questa
città, chi è oggi il Napoli? Il centenario è diventato un racconto, un'esposizione di
simboli, una celebrazione di una storia gloriosa. Il merchandising restituisce
al presente i volti, i colori e le emozioni del passato e non c'è nulla di
sbagliato nel celebrare la propria storia. Anzi, una società che dimentica le
proprie radici smarrisce una parte fondamentale della propria identità, ma c'è
una differenza sostanziale tra custodire una storia e vivere di essa. Il
passato, quando diventa un prodotto da vendere, può generare profitto nel
presente, ma non garantisce alcun futuro. E allora, caro presidente, la domanda
diventa un'altra. Al di là di chi voglia essere il Napoli, che cosa si sta
facendo perché il Napoli possa esserlo davvero? Qual è il progetto sportivo che accompagnerà la società nei
prossimi anni? Quale identità si vuole consegnare alla squadra? Quale futuro si
sta costruendo mentre si celebra ciò che è stato? Una società può vendere il ricordo di una grande squadra,
può riproporne le maglie, le immagini, le imprese, può trasformare la nostalgia
in un'opportunità commerciale, ma non può chiedere ai propri tifosi di vivere
eternamente dentro una fotografia. Il centenario dovrebbe essere il momento in cui una società
guarda indietro per comprendere quanto lontano sia arrivata e guarda avanti per
decidere dove vuole andare, altrimenti, il rischio è che il Napoli diventi il
protagonista di un romanzo pirandelliano: una squadra che continua a indossare
la maschera della propria grandezza, mentre dietro quella maschera fatica a
riconoscersi. Chi vuole essere il Napoli e che cosa sta facendo per diventarlo?
Questa è la vera domanda. Il passato può rendere profitto nel presente, ma il futuro,
presidente, non si vende in una maglia celebrativa.
Il futuro si costruisce. A cura di Luigi Pezzella
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