A cura di: Redazione
Fonte: Napolicalcionews.it
Aurelio De Laurentiis è, senza dubbio, un visionario. Lo è
stato nel cinema e lo è stato nel calcio. Ha avuto intuizioni che spesso sono
arrivate prima degli altri, ha capito che il Napoli poteva diventare qualcosa
di molto più grande di una semplice squadra che era, ha costruito un modello imprenditoriale
che ha saputo resistere alle mode, alle crisi, agli errori e persino alle
proprie contraddizioni. De Laurentiis, insomma, è un uomo che spesso vive nel
futuro, ma proprio per questo la scelta dell'allenatore lascia una sensazione
straniante, perché nel momento in cui il calcio europeo corre verso una nuova
idea di gioco, il Napoli ha scelto di affidarsi a Massimiliano Allegri. Non è una questione di curriculum, Allegri ha vinto, non è
nemmeno una questione di incapacità: sarebbe assurdo sostenere che non sappia
allenare. Il problema è un altro: Allegri rappresenta una concezione del calcio
che appartiene a un'altra stagione. È il calcio della gestione, del controllo,
dell'attesa, dell'interpretazione della partita più che della sua costruzione.
Un calcio nel quale spesso la prima preoccupazione è non concedere, prima
ancora di capire come dominare, questo stona terribilmente con Napoli. Oggi il calcio più moderno racconta un'altra storia. Racconta Cesc Fàbregas, racconta Mikel Arteta, racconta Luis
Enrique e tanti altri allenatori che hanno trasformato la panchina in un
laboratorio: pressing, costruzione dal basso, occupazione degli spazi,
aggressività, coraggio, dominio del pallone e soprattutto un'idea riconoscibile
di calcio. Attenzione, non significa che quel calcio vinca sempre, ma è il
calcio che prova a costruire il futuro. Napoli, più di tante altre piazze, aveva bisogno esattamente
di questo. Napoli non è una città che vive di prudenza. Napoli è movimento, rumore, contraddizione, fantasia,
improvvisazione, energia. È una città che può trasformare una strada in un
teatro e una partita in una religione. È vitalità allo stato puro. Affidarle un allenatore che sembra avere come prima
necessità quella di abbassare il volume rischia di essere una contraddizione
quasi filosofica. È come mettere un sonnifero dentro una moka. Non perché Allegri sia un cattivo allenatore, ma perché il
Napoli aveva bisogno di qualcuno capace di svegliarlo, non semplicemente di
amministrarne il sonno. Inoltre c'è un altro
aspetto, forse ancora più interessante, per Allegri, Napoli sarebbe stata
l'occasione della vita. Dopo gli ultimi anni, dopo il progressivo logoramento
della sua immagine e di un certo modo di intendere il calcio, una panchina come
quella del Napoli avrebbe rappresentato la possibilità di riscrivere la propria
storia, di dimostrare che quel calcio
non era finito, che non apparteneva al passato, che poteva ancora essere
vincente, qui la scelta diventa profondamente tradizionalista. De Laurentiis, l'uomo che spesso ha avuto il coraggio di
anticipare il mercato, stavolta ha scelto un uomo che aveva bisogno del Napoli
più di quanto il Napoli avesse bisogno di lui. È una differenza enorme. Il Napoli non aveva bisogno di qualcuno che cercasse una
redenzione. Aveva bisogno di qualcuno che avesse già gli occhi puntati sul
prossimo capitolo del calcio, perché dopo aver vinto, dopo aver costruito, dopo
aver dimostrato di poter arrivare in cima, la domanda non dovrebbe essere: come
torniamo a vincere? La domanda dovrebbe essere: come facciamo a rimanere avanti
mentre tutti gli altri ci raggiungono? Qui il De Laurentiis
visionario sembra improvvisamente scomparire, quello che ha saputo vedere prima
degli altri il Napoli del futuro, per scegliere il suo allenatore, ha guardato
nello specchietto retrovisore.
La vera scommessa della stagione non sarà nemmeno capire se
Allegri vincerà o perderà, sarà capire se il Napoli riuscirà a diventare
qualcosa che il suo stesso allenatore, per cultura calcistica e filosofia, non
rappresenta più, perché si può vincere anche giocando un calcio antico, ma c'è
una cosa che Napoli non dovrebbe mai permettersi di perdere: la sensazione di
essere già domani mentre gli altri sono ancora oggi. A cura di Luigi Pezzella
|