A cura di: Redazione
Fonte: Napolicalcionews.it
Nel corso del primo episodio del nuovo format “Small
Talk”, Antonio Vergara si è raccontato ai microfoni dei canali ufficiali
della SSC Napoli. “Gol al Chelsea? Ho visto Mattias andare in pressione forte, aggressivo.
Recupero palla, mi giro e non vedo soluzioni immediate, quindi oriento il
controllo in avanti. Arriva il difensore in scivolata, me la allungo un po’,
metto il corpo tra palla e avversario e poi faccio il mio movimento naturale.
Il tiro è incaduto, per prendere tempo al portiere. Quando ho calciato non mi
ero nemmeno accorto che la palla fosse entrata: mi giro, sento lo stadio
esplodere ed esulto. La mia faccia era incredula, non ci credevo nemmeno io. È
stato emozionante, soprattutto per l’importanza del gol, perché in quel momento
ha dato speranza a tutti. Gol alla Fiorentina? Ho visto la palla lunga passarmi sopra la testa e ho capito
che c’era Rasmus. Ho notato Brescianini in anticipo, mi sono girato, poi Rasmus
l’ha fatta scorrere. A quel punto ho detto: ‘La vado a prendere subito’. Ho
accelerato, me la sono allungata quel tanto che bastava per evitare portiere e
difensore e poi l’ho piazzata. Elvis (Abbruscato, ndr) mi dice sempre: ‘Piazzala, non tirare
forte’, e così ho fatto. La differenza è che il primo gol (quello al Chelsea, ndr) ci ha dato speranza, ma alla fine è stato
inutile. Non conta segnare o fare assist: per me l’unica cosa che conta è
vincere. Sono molto più felice di esultare nello spogliatoio tutti insieme che
di segnare se poi non serve a nulla. Se potessi cambiare un mio gol con una
qualificazione in Champions League lo farei subito, perché ho sempre sognato di
giocare una competizione del genere”. Indossare la maglia azzurra? Si dice che essere napoletano e giocare a Napoli sia la
cosa più difficile, ma non è vero. Giocare a Napoli è difficile, ma giocare a
Napoli con la tua maglia D1OS è la cosa più facile che ci sia. Non rappresenti
solo una squadra, rappresenti ogni bambino che sogna di indossare questa
maglia. Certo, arriveranno le critiche e i momenti no, ma non contano le
parole. Conta l’emozione negli occhi della gente, dei ragazzi fuori dallo
stadio. Quello ripaga più di qualsiasi altra cosa”.
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