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GIOVEDÌ 15 GENNAIO 2026 - REDAZIONALE

TUTTO REGOLARE. MA QUESTO NON È PIÙ CALCIO


Il calcio è diventato uno sport in cui si arbitra la posizione


 
     
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A cura di: Redazione
Fonte: Napolicalcionews.it

C’è una frase che oggi accompagna ogni discussione arbitrale: “il regolamento dice così”. È diventata una formula assolutoria, un lasciapassare morale. Questa "formula magica" chiude il dibattito, spegne il dissenso, trasforma qualunque perplessità in rammarico. Il punto è che proprio da qui bisogna ripartire: "dal fatto che tutto sia regolare, ma nulla sia più giusto".

Perché il problema del calcio contemporaneo non è l’errore umano, è l’eliminazione dell’umanità dal gioco.

Prendiamo il fallo di mano di Buongiorno contro il Verona. Il difensore salta con le braccia fisiologicamente aperte, gesto inevitabile per chiunque compia un movimento in elevazione. Viene anche spostato, perde equilibrio, la palla gli finisce sul braccio. Rigore. Decisione corretta secondo il regolamento attuale, ma allora la domanda non è se l’arbitro abbia sbagliato: "la domanda è se sia ancora consentito saltare".

In questa interpretazione, il corpo del calciatore diventa una superficie colpevole a prescindere, non conta l’intenzione, non conta la dinamica, non conta l’inevitabilità del gesto, conta solo il punto di contatto. Il calcio, però, non è mai stato uno sport asettico: è fatto di corpi in movimento, di scontri, di equilibri precari e punire un gesto naturale significa "punire il gioco stesso".

Poi c’è il rigore assegnato per il pestone subito da Mkhitaryan. Pallone già lontano, azione del calciatore finita, nessuna possibilità di sviluppo attraverso il calciatore, ma il rigore arriva lo stesso, perché il fallo c’è, è innegabile. In questo caso il calcio viene giudicato come un reato a sé stante, non come un’azione sportiva. Si punisce l’infrazione, non il danno. Si sanziona il contatto, non l’effetto.

Il rigore, da massima punizione, si trasforma in una sanzione burocratica. Si è poi arrivati al fuorigioco di Mazzocchi: una spalla avanti di "nove millimetri"? Una misura invisibile all’occhio umano, irrilevante per qualunque difensore, ininfluente sull’azione, ma basta questo per annullare un gol. Anche qui, nessun errore: il sistema funziona. Ma "funziona per cosa?" Il fuorigioco è nato per impedire il vantaggio sleale, non per certificare una superiorità anatomica impercettibile. Se il vantaggio non è percepibile, non è reale. Se non è reale, non è calcio: è geometria applicata a un gioco che geometrico non è mai stato.

Mettendo insieme questi episodi emerge un quadro chiarissimo: il calcio è diventato uno sport in cui si arbitra la posizione, il contatto e la postura, non più l’azione. Un gioco frammentato in istanti congelati, analizzati al microscopio, privati del contesto e del senso complessivo. Il VAR, nato per correggere l’errore evidente, è diventato uno strumento di "ipercontrollo," che non chiarisce ma complica, non restituisce giustizia ma produce sospetto. Ogni gol è provvisorio, ogni esultanza è trattenuta, ogni partita è appesa a una linea tracciata da un computer.Il VAR doveva essere una lente d’ingrandimento sulla giustizia, non un occhio puntato sull’anima del gioco. Doveva correggere l’errore evidente, non setacciare ogni fotogramma come un interrogatorio infinito. Invece è diventato un Grande Fratello orwelliano: osserva tutto, controlla tutto, ma non spiega mai davvero. Decide in stanze chiuse, con linee tracciate da mani invisibili e tempi dilatati che spengono l’urlo del gol.

Così il calcio perde la sua essenza: la continuità, l’istinto, l’interpretazione. L’arbitro non è più un giudice del gioco, ma un esecutore di protocolli. Il regolamento non è più una guida, ma una gabbia e quando un gioco smette di essere interpretato, smette anche di essere vivo. Non è una battaglia contro la tecnologia, né una difesa romantica del passato. È una constatazione semplice e brutale: "se tutto è misurabile, nulla è più giocabile". Se ogni gesto naturale diventa potenzialmente punibile, i calciatori non giocano più: si muovono con paura, condizionati, innaturali. Allora sì, tutto è regolare, ma questo non è più calcio, è un altro sport, con le stesse maglie, lo stesso pallone e lo stesso campo, ma senza più la sua anima, perché quando un gioco non può più essere vissuto ma solo misurato, chiamarlo calcio diventa solo un’abitudine, non una verità.

A cura di Luigi Pezzella