A cura di: Redazione
Fonte: Napolicalcionews.it
C’è una frase che oggi accompagna ogni discussione
arbitrale: “il regolamento dice così”. È diventata una formula assolutoria, un
lasciapassare morale. Questa "formula magica" chiude il dibattito, spegne
il dissenso, trasforma qualunque perplessità in rammarico. Il punto è che
proprio da qui bisogna ripartire: "dal fatto che tutto sia regolare, ma
nulla sia più giusto". Perché il problema del calcio contemporaneo non è l’errore
umano, è l’eliminazione dell’umanità dal gioco. Prendiamo il fallo di mano di Buongiorno contro il Verona.
Il difensore salta con le braccia fisiologicamente aperte, gesto inevitabile
per chiunque compia un movimento in elevazione. Viene anche spostato, perde
equilibrio, la palla gli finisce sul braccio. Rigore. Decisione corretta
secondo il regolamento attuale, ma allora la domanda non è se l’arbitro abbia
sbagliato: "la domanda è se sia ancora consentito saltare". In questa interpretazione, il corpo del calciatore diventa
una superficie colpevole a prescindere, non conta l’intenzione, non conta la
dinamica, non conta l’inevitabilità del gesto, conta solo il punto di contatto.
Il calcio, però, non è mai stato uno sport asettico: è fatto di corpi in
movimento, di scontri, di equilibri precari e punire un gesto naturale
significa "punire il gioco stesso". Poi c’è il rigore assegnato per il pestone subito da
Mkhitaryan. Pallone già lontano, azione del calciatore finita, nessuna
possibilità di sviluppo attraverso il calciatore, ma il rigore arriva lo
stesso, perché il fallo c’è, è innegabile. In questo caso il calcio viene
giudicato come un reato a sé stante, non come un’azione sportiva. Si punisce
l’infrazione, non il danno. Si sanziona il contatto, non l’effetto. Il rigore, da massima punizione, si trasforma in una
sanzione burocratica. Si è poi arrivati al fuorigioco di Mazzocchi: una spalla
avanti di "nove millimetri"? Una misura invisibile all’occhio umano,
irrilevante per qualunque difensore, ininfluente sull’azione, ma basta questo
per annullare un gol. Anche qui, nessun errore: il sistema funziona. Ma
"funziona per cosa?" Il fuorigioco è nato per impedire il vantaggio
sleale, non per certificare una superiorità anatomica impercettibile. Se il
vantaggio non è percepibile, non è reale. Se non è reale, non è calcio: è
geometria applicata a un gioco che geometrico non è mai stato. Mettendo insieme questi episodi emerge un quadro
chiarissimo: il calcio è diventato uno sport in cui si arbitra la posizione, il
contatto e la postura, non più l’azione. Un gioco frammentato in istanti
congelati, analizzati al microscopio, privati del contesto e del senso
complessivo. Il VAR, nato per correggere l’errore evidente, è diventato uno
strumento di "ipercontrollo," che non chiarisce ma complica, non
restituisce giustizia ma produce sospetto. Ogni gol è provvisorio, ogni
esultanza è trattenuta, ogni partita è appesa a una linea tracciata da un
computer.Il VAR doveva essere una lente d’ingrandimento sulla giustizia, non un
occhio puntato sull’anima del gioco. Doveva correggere l’errore evidente, non
setacciare ogni fotogramma come un interrogatorio infinito. Invece è diventato
un Grande Fratello orwelliano: osserva tutto, controlla tutto, ma non spiega
mai davvero. Decide in stanze chiuse, con linee tracciate da mani invisibili e
tempi dilatati che spengono l’urlo del gol.
Così il calcio perde la sua essenza: la continuità,
l’istinto, l’interpretazione. L’arbitro non è più un giudice del gioco, ma un
esecutore di protocolli. Il regolamento non è più una guida, ma una gabbia e
quando un gioco smette di essere interpretato, smette anche di essere vivo. Non
è una battaglia contro la tecnologia, né una difesa romantica del passato. È
una constatazione semplice e brutale: "se tutto è misurabile, nulla è più
giocabile". Se ogni gesto naturale diventa potenzialmente punibile, i
calciatori non giocano più: si muovono con paura, condizionati, innaturali.
Allora sì, tutto è regolare, ma questo non è più calcio, è un altro sport, con
le stesse maglie, lo stesso pallone e lo stesso campo, ma senza più la sua
anima, perché quando un gioco non può più essere vissuto ma solo misurato,
chiamarlo calcio diventa solo un’abitudine, non una verità. A cura di Luigi Pezzella
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