A cura di: Redazione
Fonte: Napolicalcionews.it
Contro il sistema, contro l’arbitro, contro il telecronista
nerazzurro, contro il VAR. Contro tutti. È sempre così quando il Napoli osa alzare la testa, e
soprattutto quando lo fa con metodo, solidità e un’idea precisa di futuro. Inter–Napoli di ieri sera non è stata solo una partita di
calcio. È stata l’ennesima dimostrazione di quanto, al Nord del sistema
calcistico (e non solo), la realtà faccia paura quando non può più essere
derubricata a casualità. Perché questo Napoli di Conte non è una meteora, non è
un’anomalia romantica, non è un favore del calendario: è una squadra che ha
imboccato una direzione chiara e proprio per questo spaventa. Allora ecco il copione: ogni episodio diventa sospetto, ogni
fischio un pretesto, ogni parola del telecronista una linea editoriale. Il VAR,
che dovrebbe essere solo uno strumento, finisce per essere vissuto – e
utilizzato – come mezzo di orientamento. Nell’episodio contestato c’è uno step
on foot, certo, ma è il contesto a fare rumore: forse si ha la sensazione che
lo stesso metro non venga applicato sempre, ovunque, a chiunque? In questo quadro va letta anche l’espulsione di Conte. Non
come un eccesso isterico, ma come la reazione di chi avverte che ogni scelta
pesa doppio quando indossi una maglia che non appartiene al centro del potere.
Allora forse Conte protesta per una decisione più che per il singolo episodio,
brucia per la sua collocazione dentro una narrazione già scritta. È una rabbia
che nasce dalla consapevolezza non dal capriccio e mentre fuori dal campo si
discute, in campo il Napoli risponde nel modo più semplice e più scomodo
possibile: giocando. La doppietta di McTominay è l’immagine perfetta di questo
Napoli. Un calciatore che incarna la tenacia, la concretezza, la capacità di
prendersi ciò che è suo senza chiedere nulla a nessuno. Due gol che non sono
solo numeri, ma una dichiarazione di intenti: questo Napoli non aspetta
concessioni, se le costruisce. Questo è il punto che terrorizza davvero: l’idea che il
Napoli con Conte possa durare, che possa strutturarsi, che possa vincere non
“nonostante tutto”, ma perché è più forte, più organizzato, più lucido. La
paura non è la sconfitta di una sera, ma la prospettiva di un ribaltamento
stabile delle gerarchie. E qui il calcio diventa specchio di qualcosa di più grande.
Da anni si predica che il Sud debba rialzarsi, crescere, emanciparsi, ma troppo
spesso i primi a non volerlo davvero sono proprio quelli che occupano le
posizioni di vantaggio, perché avere qualcuno sotto è rassicurante. Se chi sta
peggio non ti raggiunge, non ti supera, il tuo primato non deve nemmeno essere
difeso sul campo. Il Napoli che cresce, che si organizza, che smette di
chiedere permesso, mette in crisi questa comodità. Allora si alza il volume del
rumore: polemiche, sospetti, vittimismo rovesciato. Tutto pur di non guardare
in faccia la realtà.
La realtà è semplice, anche se fa male: il Napoli non chiede
favori. Chiede solo di essere giudicato per quello che è. E oggi è una squadra
che può aprire un ciclo. Il resto è paura travestita da analisi. A cura di Luigi Pezzella
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