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MERCOLEDÌ 14 OTTOBRE 2026 - REDAZIONALE

NAPOLI, IL «CONGLOMERATO DI EREMITI» E LA SOLITUDINE DEI TIFOSI: QUANDO MANCA UNA DIREZIONE COMUNE


La squadra galleggia tra aspettative e risultati


 
     
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A cura di: Redazione
Fonte: Napolicalcionews.it

C’è qualcosa che richiama profondamente Eugenio Montale nel Napoli di oggi: l’immagine di un «conglomerato di eremiti», un insieme di individui che condividono lo stesso spazio senza abitare davvero lo stesso orizzonte. Ognuno sembra procedere lungo una traiettoria personale, senza che nessuno riesca a trasformarla in una direzione comune.

Allegri predica la mentalità, invoca la cultura della vittoria, richiama tutti a un’ambizione che, almeno in campo, sembra non trovare interpreti. Le sue parole paiono indirizzate a una squadra che ascolta senza lasciarsi raggiungere, come se tra chi indica la strada e chi dovrebbe percorrerla si fosse aperto un deserto.

De Bruyne, arrivato a Napoli con il prestigio di chi ha già attraversato il calcio che conta, sembra invece sospeso in una dimensione indecifrabile. Che cosa è venuto a cercare? Un’ultima esperienza, una nuova sfida, un altro capitolo da aggiungere alla carriera? Difficile dirlo. Il problema non è neppure conoscere le sue motivazioni più intime, ma capire quale posto occupi davvero in un progetto che dovrebbe avere nella vittoria il proprio orizzonte. Il talento, quando non sembra abitato da un’ambizione condivisa, rischia di diventare una presenza prestigiosa, ma estranea.

Poi c’è il presidente, con il bilancio come stella polare, la contabilità come rassicurazione e il marketing come moltiplicatore di ogni ricorrenza. Maglie su maglie, iniziative, celebrazioni, un centenario da vestire e da pubblicizzare in ogni possibile declinazione. Si celebra la storia mentre il presente fatica a darle ragione; si moltiplicano i simboli mentre si assottiglia il significato che dovrebbero custodire. Una società può anche essere impeccabile nei conti, ma il calcio non è solo un bilancio da chiudere in attivo: è una passione che chiede di riconoscersi in un’ambizione e così tutti sembrano esserci, ma nessuno sembra andare davvero nella stessa direzione. L’allenatore parla, il campione abita il proprio mistero, il presidente amministra, la squadra galleggia tra aspettative e risultati. Un conglomerato, appunto: tante presenze, nessuna autentica convergenza. Tanti individui riuniti sotto lo stesso stemma, ma non necessariamente raccolti intorno alla stessa idea di Napoli.

In questo paesaggio di solitudini, gli eremiti più ostinati sono i tifosi.

Sono loro a continuare a predicare amore nel deserto, a invocare appartenenza dove avvertono distanza, a credere in una maglia che chi la indossa, chi la gestisce o chi dovrebbe onorarla sembra talvolta interpretare in modi differenti. Sono loro a custodire il significato di quel centenario, perché la memoria di una squadra non si esaurisce nelle celebrazioni commerciali: vive nella fedeltà di chi la sostiene anche quando non riceve in cambio le ragioni per farlo.

Il tifoso napoletano, in fondo, non chiede soltanto di vincere, chiede che qualcuno dimostri di volere la vittoria con la sua stessa intensità, chiede di riconoscere, dietro le dichiarazioni, gli investimenti, le strategie e le campagne pubblicitarie, una volontà autentica. Si può perdere una partita senza tradire una fede, ma è più difficile continuare a sentirsi parte di qualcosa quando chi dovrebbe rappresentarla sembra perseguire un obiettivo diverso.

È questa la solitudine più amara: non quella di chi è solo, ma quella di chi appartiene a qualcosa senza sentirsi più ricambiato.

È qui che Eugenio Montale ci viene in contro, nel suo conglomerato di eremiti riconosciamo un paradosso terribile: la vicinanza fisica non garantisce una comunione, così come indossare la stessa maglia non significa necessariamente condividere lo stesso destino.

Il Napoli rischia di essere una comunità soltanto sulla carta, mentre i suoi tifosi continuano a esserlo per vocazione.

In questo deserto, gli eremiti più soli non sono quelli che sembrano non sapere dove andare, sono quelli che sanno ancora perfettamente dove vorrebbero arrivare, ma continuano a camminare senza trovare nessuno disposto a raggiungerli.

Il tifoso, a differenza di chi passa, amministra o predica, non può semplicemente cambiare mestiere, strategia o obiettivo. Il tifoso resta e nel suo restare c’è tutta la bellezza, ma anche tutta la condanna, di un amore che non conosce bilanci e non pretende rendiconti.

Il centenario passerà, le maglie finiranno negli armadi, i bilanci verranno approvati, ma i tifosi resteranno lì, eremiti nel deserto di chi continua a predicare amore senza trovare nessuno capace di trasformarlo in una direzione comune. Il vero paradosso del Napoli è questo: una comunità di tifosi che si sente sola, circondata da una società e da una squadra che sembrano aver smarrito il senso stesso dell'appartenenza.

A cura di Luigi Pezzella