A cura di: Redazione
Fonte: Napolicalcionews.it
C’è qualcosa che richiama profondamente Eugenio Montale nel
Napoli di oggi: l’immagine di un «conglomerato di eremiti», un insieme di
individui che condividono lo stesso spazio senza abitare davvero lo stesso
orizzonte. Ognuno sembra procedere lungo una traiettoria personale, senza che
nessuno riesca a trasformarla in una direzione comune. Allegri predica la mentalità, invoca la cultura della
vittoria, richiama tutti a un’ambizione che, almeno in campo, sembra non
trovare interpreti. Le sue parole paiono indirizzate a una squadra che ascolta
senza lasciarsi raggiungere, come se tra chi indica la strada e chi dovrebbe
percorrerla si fosse aperto un deserto. De Bruyne, arrivato a Napoli con il prestigio di chi ha già
attraversato il calcio che conta, sembra invece sospeso in una dimensione
indecifrabile. Che cosa è venuto a cercare? Un’ultima esperienza, una nuova
sfida, un altro capitolo da aggiungere alla carriera? Difficile dirlo. Il
problema non è neppure conoscere le sue motivazioni più intime, ma capire quale
posto occupi davvero in un progetto che dovrebbe avere nella vittoria il
proprio orizzonte. Il talento, quando non sembra abitato da un’ambizione
condivisa, rischia di diventare una presenza prestigiosa, ma estranea. Poi c’è il presidente, con il bilancio come stella polare,
la contabilità come rassicurazione e il marketing come moltiplicatore di ogni
ricorrenza. Maglie su maglie, iniziative, celebrazioni, un centenario da
vestire e da pubblicizzare in ogni possibile declinazione. Si celebra la storia
mentre il presente fatica a darle ragione; si moltiplicano i simboli mentre si
assottiglia il significato che dovrebbero custodire. Una società può anche
essere impeccabile nei conti, ma il calcio non è solo un bilancio da chiudere
in attivo: è una passione che chiede di riconoscersi in un’ambizione e così
tutti sembrano esserci, ma nessuno sembra andare davvero nella stessa
direzione. L’allenatore parla, il campione abita il proprio mistero, il
presidente amministra, la squadra galleggia tra aspettative e risultati. Un
conglomerato, appunto: tante presenze, nessuna autentica convergenza. Tanti
individui riuniti sotto lo stesso stemma, ma non necessariamente raccolti
intorno alla stessa idea di Napoli. In questo paesaggio di solitudini, gli eremiti più ostinati
sono i tifosi. Sono loro a continuare a predicare amore nel deserto, a
invocare appartenenza dove avvertono distanza, a credere in una maglia che chi
la indossa, chi la gestisce o chi dovrebbe onorarla sembra talvolta interpretare
in modi differenti. Sono loro a custodire il significato di quel centenario,
perché la memoria di una squadra non si esaurisce nelle celebrazioni
commerciali: vive nella fedeltà di chi la sostiene anche quando non riceve in
cambio le ragioni per farlo. Il tifoso napoletano, in fondo, non chiede soltanto di
vincere, chiede che qualcuno dimostri di volere la vittoria con la sua stessa
intensità, chiede di riconoscere, dietro le dichiarazioni, gli investimenti, le
strategie e le campagne pubblicitarie, una volontà autentica. Si può perdere
una partita senza tradire una fede, ma è più difficile continuare a sentirsi
parte di qualcosa quando chi dovrebbe rappresentarla sembra perseguire un
obiettivo diverso. È questa la solitudine più amara: non quella di chi è solo,
ma quella di chi appartiene a qualcosa senza sentirsi più ricambiato. È qui che Eugenio Montale ci viene in contro, nel suo
conglomerato di eremiti riconosciamo un paradosso terribile: la vicinanza
fisica non garantisce una comunione, così come indossare la stessa maglia non
significa necessariamente condividere lo stesso destino. Il Napoli rischia di essere una comunità soltanto sulla
carta, mentre i suoi tifosi continuano a esserlo per vocazione. In questo deserto, gli eremiti più soli non sono quelli che
sembrano non sapere dove andare, sono quelli che sanno ancora perfettamente
dove vorrebbero arrivare, ma continuano a camminare senza trovare nessuno
disposto a raggiungerli. Il tifoso, a differenza di chi passa, amministra o predica,
non può semplicemente cambiare mestiere, strategia o obiettivo. Il tifoso resta
e nel suo restare c’è tutta la bellezza, ma anche tutta la condanna, di un
amore che non conosce bilanci e non pretende rendiconti.
Il centenario passerà, le maglie finiranno negli armadi, i
bilanci verranno approvati, ma i tifosi resteranno lì, eremiti nel deserto di
chi continua a predicare amore senza trovare nessuno capace di trasformarlo in
una direzione comune. Il vero paradosso del Napoli è questo: una comunità di
tifosi che si sente sola, circondata da una società e da una squadra che
sembrano aver smarrito il senso stesso dell'appartenenza. A cura di Luigi Pezzella
|