A cura di: Redazione
Fonte: Corriere della Sera
Paolo Maldini torna a parlare dopo il discusso addio alla Nazionale. Lo fa nel corso di
una lunga intervista concessa al Corriere della Sera. Lei finora ha taciuto. Ci racconta come è andata davvero
la sua breve esperienza da direttore tecnico della Nazionale? «Malagò mi ha chiamato a Pasqua, dicendo: c’è la possibilità che io
diventi presidente della Figc; tu sei la persona che vorrei avere con me. Io
gli ho dato la mia disponibilità. Nel calcio per me esistono solo due cose: il
Milan e la Nazionale. Poi non l’ho più sentito. Il giorno prima delle elezioni,
Malagò richiama: domani si vota, ci sono buone possibilità, ti vorrei a bordo.
Rispondo: parliamone». E avete parlato. «Mi ha chiesto di diventare presidente del Club Italia. Non si trattava solo di
rilanciare la Nazionale. C’era da rifondare il calcio italiano». C’era bisogno pure di Leonardo? «Condivido con lui amicizia, valori, principi. Leo ha una grande capacità
organizzativa, oltre che una grande intesa con me. Così siamo partiti. E
abbiamo pensato a un nuovo ruolo: la direzione tecnica. La direzione tecnica
non è mai stata nell’organigramma della Nazionale: l’allenatore faceva
riferimento direttamente al presidente. Però non era giusto: l’allenatore ha
bisogno di confrontarsi». E poi cos’è successo? «Poi i patti sono stati rivisti; di conseguenza l’unica cosa da fare era
dimettersi. Anzi, rinunciare a firmare il contratto di quattro anni che doveva
partire dal primo agosto». Però, mi scusi, come ha fatto ad accettare senza che ci
fosse l’accordo con Malagò sul nome del ct? «Infatti per prima cosa ho chiesto: il ct chi lo sceglie? Malagò mi ha
risposto: l’allenatore lo decidete voi, e io lo avallo. Questo era l’accordo.
Poi gli eventi hanno fatto sì che questa cosa cambiasse». Ha destato sconcerto il fatto che lei indicasse un
orizzonte temporale di otto-dieci anni. «In Lega ho raccontato il nostro progetto, incentrato su due binari diversi. La
rifondazione del calcio italiano richiede tempo. Formare nuovi talenti e una
nuova mentalità è un percorso lungo. Imponeva di creare un nuovo movimento in
cui fossero coinvolte tutte le componenti federali: serie A, serie B, serie C,
dilettanti, le associazioni degli allenatori, dei giocatori, degli arbitri. E
poi c’era l’altro binario, o se preferisce l’altro treno, che doveva viaggiare
molto più veloce: perché tra meno di due mesi giochiamo con Belgio, Turchia e
Francia per la Nations. Dovevamo sia preparare il domani, sia far bene oggi. E
ricominciare a vincere». Con Pirlo? «La nostra idea era legata alla tecnica. Al gioco offensivo. A un
cambiamento. In Italia siamo rimasti indietro su tante cose. Volevamo che la
formazione dei ragazzi fosse basata non sull’esasperazione tattica ma sulla
tecnica, l’uno contro uno, la mentalità offensiva. E volevamo un allenatore
giovane, che avesse avuto una storia in Nazionale. I nomi erano tre».
Chi, oltre a Pirlo? «Daniele De Rossi e Fabio Grosso. Tre campioni del mondo. Ma il
presidente ci ha detto che in base agli accordi che l’hanno portato all’elezione,
con l’appoggio di tutti i club tranne la Lazio, non potevamo toccare gli
allenatori delle squadre di serie A. Quindi De Rossi e Grosso erano
esclusi». La Lega non vi aveva promesso aiuto? «Ma io capisco. A fine luglio le squadre sono già in ritiro, è difficile
cambiare in corsa. Malagò ci ha detto: questo non si può fare. E noi siamo
andati avanti con Pirlo». Non c’erano proprio altri candidati? «Una telefonata al migliore allenatore italiano di sempre, al mio fraterno
amico Carlo Ancelotti, l’abbiamo fatta. Ci ha risposto che il Brasile gli ha
ribadito la completa fiducia, ci ha salutati dicendoci in bocca al lupo. Una
telefonata doverosa».
E con Pep Guardiola com’è andata davvero? «È l’allenatore che più incarna il gioco tecnico e offensivo. Attraverso
qualche amico aveva manifestato l’idea di allenare una Nazionale. Siamo andati
a trovarlo a Barcellona, abbiamo pranzato insieme, abbiamo parlato per
un’intera giornata. Era molto tentato. È andato molto vicino ad accettare. Si
era messo anche a scrivere formazioni sui fogli…». È vero che ha chiesto venti milioni di euro? «Assolutamente no. I soldi non sono mai stati un tema. Pep ci ha detto
chiaramente: datemi un euro in meno di quello che prendeva l’ultimo ct, e io
sono a posto».
Allora perché ha rifiutato? «Per stanchezza. Guardiola viene da dieci anni massacranti in Premier. Si è
operato alla schiena. Vuole riposarsi. Ma è stata una discussione molto seria,
abbiamo studiato le rose, dagli under 17 in su… Così siamo andati su Andrea.
Malagò sapeva tutto, l’abbiamo informato passo dopo passo».
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