A cura di: Redazione
Fonte: calcioefinanza.it
Tommaso Bianchini, Direttore Generale dell'Area
Business della SSC Napoli, ha rilasciato una lunga intervista
a Calcio e Finanza dove ha spiegato nel dettaglio il modello
Napoli. In cosa consiste il modello Napoli e perché è diverso? «Il Napoli ha una grande peculiarità che è incarnata dal
tandem di competenze manageriali composto da Aurelio De Laurentiis e da Andrea
Chiavelli, che è l’amministratore delegato ma soprattutto l’anima finanziaria
del club. Uno ha visione, l’altro ha i piedi per terra e capisce se la visione
è sostenibile o meno. Chiavelli lavora con De Laurentiis da prima ancora di
entrare nel calcio e sono una coppia professionale solidissima». Da dove nasce questo modello? «Il presidente iniziò a interessarsi al calcio quando nel
1996, con la riforma Veltroni, ai club è stata data la possibilità di operare a
scopo di lucro. De Laurentiis è di fatto il primo – e forse anche l’ultimo –
vero imprenditore del calcio, capace di gestire il club per creare utili
puntando a una crescita sportiva guidata sempre dall’equilibrio finanziario.
Certamente poi non gli manca il coraggio dell’imprenditore, non solo nel
prendere decisioni difficili ma nel portarle avanti quando sono impopolari. Per
me è un visionario, nel senso elogiativo del termine, cioè di persone che
vedono oltre, dal punto di vista sportivo ed economico». In questo settore secondo lei sono pochi quelli
definibili imprenditori? «Sì, De Laurentiis in questo senso è un unicum nella
gestione di un club calcistico, perché ha scelto fin dall’inizio un’idea
chiara: farne un business. Lo sport in generale ha vissuto una svolta verso una
progressiva “aziendalizzazione”. Questa trasformazione è stata accolta anche
con diffidenza dai tifosi ed è comprensibile: il calcio appartiene e apparterrà
sempre ai tifosi, su questo non c’è dubbio. Tuttavia, dal 1996 in poi si è
aperta la possibilità per imprenditori, anche visionari, di entrare nel sistema
e fare business». E questa strategia funziona? «Se si guarda alla storia recente, il caso del Napoli è
emblematico. Basta confrontare i numeri: negli ultimi anni molti club hanno
accumulato perdite enormi. Si parla di 600, 700, 800 milioni per alcune grandi
piazze mentre il Napoli ha registrato un risultato positivo di oltre 100
milioni. Parliamo quindi di un club che ha creato valore e lo ha fatto
vincendo: due scudetti, due Supercoppe e tre Coppa Italia. Questo dimostra che
non è un modello basato solo sul player trading o su operazioni costruite per generare
utili immediati. Anzi, gli utili sono stati reinvestiti nel club, sfruttando
un’altra caratteristica del modello legata all’idea di fare business di cui
sopra» Sarebbe? «Quella che definisco “integralismo finanziario”: se
altrove conta solo vincere, qui la sostenibilità viene prima di tutto.
L’attenzione finanziaria, e quindi anche l’attenzione quasi maniacale ai costi,
è centrale. Se devi scegliere, la priorità è restare sostenibile. Questa è la
vera differenza rispetto ad altri club, forse meno appariscente ma più corretta
nel lungo periodo: meglio crescere in modo solido che inseguire risultati
immediati senza basi». Altre caratteristiche importanti del modello Napoli? «Un punto chiave è che De Laurentiis ha costruito tutto
pur iniziando la sua avventura nello sport con la famosa frase: “Io di calcio
non capisco nulla”. Ha imparato nel corso della sua presidenza ed è un elemento
che lo distingue da altri proprietari: spesso i club vengono acquistati da
famiglie già appassionate, come nel mecenatismo italiano degli anni ’90.
All’epoca funzionava, ma quando Premier League e Liga hanno iniziato ad
attrezzarsi in chiave industriale, in Italia si è continuato a ragionare alla
stessa maniera. Questo ha prodotto un ritardo, soprattutto su infrastrutture e
organizzazione. De Laurentiis ha infranto questo schema. Ed è anche per questo
che spesso viene percepito come una voce fuori dal coro, anche se in realtà
rappresenta semplicemente un approccio diverso» Uno dei temi economici su cui De Laurentiis ha puntato
sin da subito sono gli ammortamenti a quote decrescenti. Da cosa scaturisce
l’idea? «Dalla sua visione imprenditoriale. De Laurentiis ha
preso un bagaglio di competenze maturato nel cinema e lo ha trasferito nel
calcio. Ma è importante sottolineare che non lo ha fatto da solo: accanto a lui
c’è una figura di altissimo livello finanziario come Chiavelli, che rappresenta
la mente economica dietro molte operazioni». Dopo sono arrivati due scudetti. Avere Conte in panchina,
allenatore vincente che però richiede investimenti importanti sul mercato, può
incrinare il modello? «C’è stata una prima fase di costruzione del modello
sportivo, a cui è seguita una seconda fase di costruzione del brand, che ha
accompagnato e sostenuto la crescita sportiva. Però la cosa importante è che il
Napoli, ogni volta che è sceso nei risultati, ha sempre rilanciato» Viene in mente l’estate del 2024, quando il Napoli reduce
da un decimo posto, assume Conte e vince lo scudetto 2025? «Quello è l’esempio più recente ed è evidente però ogni
volta che il Napoli ha avuto un calo di rendimento, De Laurentiis è sempre
intervenuto rilanciando. E ha potuto farlo perché aveva una base economica
solida, utili accumulati che gli permettevano di investire senza esporsi in
modo pericoloso. Non ha mai agito dicendo: “speriamo vada bene”, ha sempre
operato con forza ma dentro un perimetro sostenibile. In oltre 20 anni di
gestione, è inevitabile che ci siano stati alti e bassi, ma le fasi positive
sono state nettamente superiori a quelle negative. Negli ultimi anni De
Laurentiis ha rilanciato proprio nel momento in cui lo scudetto rischiava di
essere percepito come un evento straordinario. La sua vera intuizione è stata
trasformare qualcosa di straordinario in qualcosa di ordinario» Si spieghi meglio. «Oggi, se il Napoli non vince lo scudetto, c’è quasi
sorpresa. Ma fino a pochi anni fa era l’opposto. Ecco perché la vera vittoria
di De Laurentiis è questa: aver cambiato la percezione. Il suo capolavoro è
stato prima costruire una squadra che, con lo Scudetto del 2023, ha reso
possibile qualcosa che sembrava impossibile, e poi, con la gestione Conte,
compiere un ulteriore salto: rendere “ordinario” un fatto straordinario come la
vittoria di uno Scudetto, partendo da outsider dopo una stagione difficile e
superando con il mister tantissime difficoltà lungo il cammino. Anche questa
volta il Presidente, scegliendo Antonio Conte come allenatore, ha rilanciato
dopo un’annata negativa, dando un segnale chiaro sia all’interno che
all’esterno e affidando la squadra a uno dei migliori professionisti della
panchina al mondo. Il Napoli di oggi inizia la stagione con l’obiettivo di
consolidarsi stabilmente ai vertici e giocare in Champions League, restando
competitivo per lo Scudetto. Perché rimanere a quel livello significa
alimentare un percorso virtuoso. I cicli iniziano e finiscono, ma oggi il
Napoli è una realtà calcistica riconosciuta a livello globale» La fase di oggi. Però non mi ha risposto su Conte…
«Antonio Conte è un vincente e ha portato a Napoli la sua
mentalità e la sua metodologia di lavoro. Credo che la presenza di un allenatore
del suo carisma sia stata fondamentale per agevolare il processo di crescita
anche del brand Napoli, perché ha reso da subito ancora più credibile la
percezione del Club in Italia e all’estero. Oggi siamo entrati in una terza
fase della vita del Napoli, che secondo me è la più complessa: quella della
competizione in Europa. All’estero le squadre con cui ti confronti hanno
fatturati doppi, tripli, quadrupli rispetto al tuo. Puoi essere anche
bravissimo ma il divario economico è così ampio che diventa più difficile
competere, e basta poco – un infortunio, un episodio – per uscire magari già
nelle prime fasi. Il nostro allenatore, oltre un decennio fa, profetizzò che
nessun club italiano avrebbe vinto la Champions per parecchi anni, e il tempo
gli ha dato ragione. Ma anche in Italia il livello si sta gradualmente alzando.
Inter e Milan stanno lavorando insieme al nuovo stadio, la Roma ha annunciato
il proprio progetto, la Juventus ha già l’impianto: significa che anche le
altre stanno investendo per crescere strutturalmente. Noi, invece, siamo
obbligati ad avviare adesso la terza fase, quella delle infrastrutture. Perché
se non partiamo con l’idea di dotarci di strumenti che permettano di generare
ricavi extra-sportivi al livello degli altri club, nel giro di 4-5 anni, quando
le altre big italiane saranno a regime con i nuovi impianti, il gap diventerà
molto difficile da colmare».
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