A cura di: Redazione
Fonte: Napolicalcionews.it
C’è sempre una fase della storia – e del calcio – in cui
qualcuno entra in scena non perché previsto, ma perché inevitabile. Antonio Vergara è lì. Il paragone non è con il Napoleone dei
manuali, quello dell’Impero e delle aquile, ma con Bonaparte prima che
diventasse Napoleone: giovane ufficiale, competente, preparato, ma soprattutto
inserito in un sistema che improvvisamente si svuota. La Rivoluzione francese
non lo sceglie: gli lascia spazio. Generali assenti, gerarchie crollate, decisioni
prese per necessità e lui entra. Nel Napoli di Antonio Conte succede qualcosa
di simile. Vergara non è una rivelazione cercata, non è un’intuizione coltivata
nel tempo. Vergara è una conseguenza. Se gioca è perché gli infortuni hanno
costretto Conte a guardare dove normalmente non guarda. Vale la pena dirlo
chiaramente, senza edulcorare: Conte non lo avrebbe schierato così, non ora e
non con questa continuità, se il sistema non fosse stato messo sotto stress.
Conte è un uomo d’ordine, non di eccezioni, non ama ciò che nasce fuori dallo
schema, preferisce il controllo alla sorpresa, la gerarchia alla deviazione.
Vergara entra perché il piano si rompe, non perché viene cambiato. Ed è qui che
il paragone storico smette di essere decorativo e diventa strutturale.
Bonaparte, all’inizio, non domina, non affascina, funziona. Vergara fa lo stesso: non reclama centralità, non forza
giocate, non si agita. Tocca pochi palloni, ma nel tempo giusto. Occupa spazi
che sembravano marginali e li rende necessari. Non gioca come uno che deve
ringraziare per l’occasione, ma come uno che sa che l’errore sarebbe
imperdonabile, perché la sua presenza è già un’eccezione. Qui però il paragone
va fermato con onestà. Non sappiamo – oggi – se Vergara potrà mai ripercorrere
i fasti di Napoleone con la maglia del Napoli e non solo per una questione di
talento o continuità. Napoleone, a differenza del calcio di oggi, era
bravissimo a crearsi le occasioni. Forzava il contesto, accelerava gli eventi,
trasformava la necessità in scelta. Se non c’era spazio, lo prendeva. Nel calcio contemporaneo questo è quasi impossibile. Le
occasioni non si conquistano: si aspettano. I sistemi sono chiusi, le gerarchie
blindate, i percorsi prefabbricati. Chi emerge lo fa spesso solo quando qualcun
altro cade. Non per slancio, ma per sostituzione. Vergara non fa eccezione. Gli
infortuni però spiegano perché sia entrato, non spiegano perché resti. Ed è qui che nasce il vero problema per un allenatore come
Conte: non tanto il fatto di averlo schierato, ma l’idea di tornare indietro
quando rientreranno tutti. Quando un sistema rigido è costretto ad adattarsi a
ciò che non aveva previsto, qualcosa si è già spostato. Napoleone diventa Napoleone solo più tardi, quando il caso
smette di essere una scusa e diventa destino. Vergara non era lì nel destino, e
forse il calcio di oggi non permette più quel tipo di trasformazione. È però
nella fase più interessante: quella in cui la Storia non ha ancora deciso, ma
ha già aperto una fessura. Allora il paragone regge, a patto di dirlo bene: non il Napoleone che impone un ordine nuovo, ma quello che entra perché l’ordine vecchio non tiene più.
Vergara non era nel piano. Ora è nel problema. Ed è spesso così, anche in un
calcio che lascia sempre meno spazio al caso e al coraggio, che cominciano le
cose che restano. Di Luigi Pezzella
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