A cura di: Redazione
Fonte: Napolicalcionews.it
Intervenuto nel format di DAZN “My Skills”, Vanja
Milinkovic-Savic ha ripercorso il proprio percorso umano e sportivo,
soffermandosi anche sulle ambizioni del
Napoli di Antonio Conte e sull’evoluzione del ruolo del portiere nel
calcio moderno. Nel calcio moderno quanto è cambiato il ruolo del
portiere? «Tantissimo. Oggi, se vuoi diventare un portiere di alto livello, devi avere
tutto sotto controllo. Non basta più parare: devi saper giocare con i piedi e
muoverti anche 10-15 metri fuori dall’area». Sei nato per fare il portiere? «In realtà no. Sono nato anche per segnare. Avevo cattiveria, ero un attaccante
fortissimo ed ero pure molto egoista: non passavo mai la palla. Poi ho capito
che la punta oggi deve fare troppe corse e ho scelto la porta… si corre
decisamente meno». Che peso ha avuto la tua famiglia nella tua crescita? «Enorme. Arrivo da una famiglia di sportivi. Abbiamo seguito nostro padre
ovunque: un anno in Portogallo e poi diversi anni in Austria. Questo ci ha
aiutato anche a parlare 4 o 5 lingue». Che rapporto hai con tuo fratello Sergej? «C’è tanta rivalità. Non mi ha mai fatto gol e non glielo permetterei mai,
anche se ci ha provato». Hai avuto un portiere di riferimento? «Sì, Christian Abbiati. Lo vidi in una partita ai tempi dell’Atletico e
rimasi colpito da tutto. Per questo ho scelto il numero 32». La tua altezza è un vantaggio naturale? «Sono alto 2,03, ma dietro c’è tanto lavoro. Mamma e papà erano sportivi
e ci hanno educati alla disciplina: mentre gli altri uscivano, noi andavamo a
dormire perché il giorno dopo c’era allenamento». Ti senti un portiere “istintivo”? «Sì, soprattutto nell’uno contro uno. Se mi tiri una pallonata in faccia sono
contento: vuol dire che ho fatto una parata». Ti aspettavi la chiamata del Napoli? «Sì, perché puntavo ad arrivare a un certo livello. Non mi sono mai
accontentato. Siamo qui per vincere, qualunque cosa faccia voglio
vincere». Che ambiente hai trovato nello spogliatoio azzurro? «Fantastico. Ci sono leader veri, giocatori che danno tutto anche senza
giocare. Tutti parlano e tutti ascoltano. È uno spogliatoio bellissimo». Quanto conta oggi il gioco con i piedi per un portiere? «Moltissimo. Lavoriamo tanto su tattica e possesso palla. Io mi sono sempre
divertito coi piedi: dribblavo gli attaccanti e giocavo molto alto, quasi da
difensore centrale». Anche nei rinvii sei molto preciso: è una questione
tecnica? «Sì. Nei rinvii metto il piede d’appoggio più distante, così piego meglio il
ginocchio e do più potenza. Con le mani posso lanciare anche a 50 metri». È vero che Mihajlovic ti lasciava calciare le punizioni? «Sì, aveva visto qualcosa in me e mi aveva dato il via libera. Con Conte la
vedo più complicata» (ride). Qual è la parata che ti dà più soddisfazione? «Sicuramente l’uno contro uno e il rigore. Lì c’è una grande sfida mentale».
Sul rigore la pressione è tutta sull’attaccante? «Sempre. Quando ne pari uno ti senti un re. Psicologicamente è più dura per chi
tira. Io non cerco di distrarre il rigorista, credo molto nel fair play».
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