A cura di: Redazione
Fonte: Napolicalcionews.it
Ci sono Mondiali che si giocano sul prato verde e altri che
sembrano disputarsi tra le pagine dei libri di storia, perché il calcio, a
volte, diventa il linguaggio con cui le nazioni tornano a raccontare il proprio
passato. La vittoria dell'Inghilterra sulla Francia è una di quelle
partite che sembrano evocare secoli di rivalità. Questa volta è la madrepatria
inglese a imporsi, mentre sull'altra sponda della Manica si prepara una vera e
propria rivoluzione. Non ci saranno barricate né ghigliottine, ma tutto lascia
pensare che l'era di Didier Deschamps sia giunta al tramonto. Dopo anni di un
autentico assolutismo calcistico, il suo regno sembra destinato a concludersi,
come spesso accade nella storia di Francia, quando un sovrano cade emerge una
nuova figura chiamata a rifondare il Paese. Quel nome porta il volto elegante e
carismatico di Zinedine Zidane, l'uomo al quale potrebbe essere affidata la
ricostruzione di una nazionale che vuole tornare a dominare il mondo. Anche l'Argentina continua a dialogare con la propria
storia. Ogni successo contro l'Inghilterra assume inevitabilmente un
significato che va oltre il calcio. Il pensiero corre alle Malvinas, le
Falkland per gli inglesi, e alla guerra del 1982, una ferita ancora impressa
nella memoria collettiva argentina. Sarebbe sbagliato confondere sport e
conflitti, ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare che il calcio, soprattutto
nelle grandi sfide internazionali, riesce spesso a risvegliare simboli,
emozioni e ricordi che appartengono all'identità di un popolo. Ora il destino propone l'ultimo atto: Argentina contro
Spagna. Una finale che, osservata con gli occhi della storia, assume un fascino
ancora più profondo. L'Argentina, infatti, è figlia della Spagna. Le sue radici
affondano nell'immenso impero di Filippo II, quando si diceva che sui domini
della Corona spagnola il sole non tramontasse mai, per secoli quelle terre
fecero parte del mondo ispanico, condividendone lingua, cultura, religione e
istituzioni. È quasi un paradosso della storia: la colonia emancipata che torna
ad affrontare la propria antica madrepatria per conquistare il trono del calcio
mondiale.
L'Italia? Ancora una volta spettatrice. Una presenza
silenziosa, proprio come accadeva prima del Risorgimento, quando la penisola
era soltanto un'espressione geografica, divisa tra regni, ducati e dominazioni
straniere, incapace di incidere sul destino dell'Europa. Oggi, calcisticamente
parlando, la sensazione è sorprendentemente simile, mentre gli altri riscrivono
la propria storia, gli azzurri osservano da lontano, chiamati prima di tutto a
ricostruire, a ritrovare un'identità e, metaforicamente, a compiere un nuovo processo
di unificazione. È proprio questo il fascino dei Mondiali, le partite
finiscono, i trofei vengono alzati al cielo e le celebrazioni si spengono. La
storia, invece, resta e continua a riaffiorare ogni volta che una nazione
scende in campo, ricordandoci che, qualche volta, novanta minuti possono
contenere secoli di memoria. A cura di Luigi Pezzella
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